“Negroamaro: è tempo di passare alla Doc Salento”

By: Bozzi Corso | News | 1 ott 2017

Molti anni fa, prima che la comunicazione ‘online’ prendesse il sopravvento, dalle colonne del “Quotidiano”, allora il giornale più diffuso dalle nostre parti, lanciai la proposta di giungere ad un’unica Doc (Denominazione di Origine Controllata) per i vini del Salento, aventi come base la varietà ‘negroamaro’, suggerendo di tramutare le numerose Doc esistenti ( Brindisi, Squinzano, Matino, Copertino, Salice Salentino ed altre ) in parti di una sola Doc, analogamente a quanto realizzato in Toscana nella zona del Chianti, dove la più ampia area geografica comprendeva ben otto sottozone (Chianti dei Colli Aretini,  Chianti dei Colli Senesi, Chianti dei  Colli Fiorentini, Chianti delle Colline Pisane, etc.).

Quella proposta partiva dalla semplice constatazione che nella dimensione globale dei mercati per un prodotto come il vino, avviato in buona parte all’estero, al fine di sviluppare sinergie ed avere più facile riconoscibilità fuori dei confini locali, anche in ragione dei maggiori quantitativi immessi in commercio, era preferibile fare riferimento ad una circoscrizione più ampia per avere maggiori probabilità di successo nella conquista dei mercati, senza per questo dover rinunciare alle diverse Doc esistenti con le loro peculiarità, da valorizzare come componenti di un’unica Doc.

Quel suggerimento, sebbene avesse ricevuto significative adesioni, restò senza conseguenze nella realtà per la netta opposizione di alcune case vinicole con determinanti interessi nell’area della Doc Salice Salentino decise a perpetuare nello specifico lo ‘status quo’,  dell’ “ognuno per sé e Dio per tutti”, così da tenere distinta quella Doc e non confonderla con le altre. A distanza di circa venti anni da quella proposta, il risultato è che i vini prodotti nelle diverse sottozone del Chianti, secondo precisi e rigorosi disciplinari, già da tempo si fregiano della “Denominazione di origine controllata e garantita” (Docg), il massimo riconoscimento per i vini di qualità, mentre i vini Doc del Salento con componente principale il ‘negroamaro’ sono rimasti al palo e conducono, chi più, chi meno, vita grama.

Nonostante i limiti evidenziati, la vitivinicoltura del Salento ha conosciuto, dopo la decimazione degli impianti viticoli della fine del secolo scorso, una ripresa sorprendente e numerose case vinicole si sono affiancate con successo a quelle preesistenti, immettendo sui mercati vini di eccezionale pregio. Tutto ciò torna a particolare merito degli imprenditori vitivinicoli salentini, i quali pur operando in un contesto difficile, in quanto conosciuto per credenze secolari come inadatto alla produzione di vini di qualità per il pronto consumo, hanno saputo sfatare la leggenda che nel Salento si potesse praticare soltanto una viticoltura di second’ordine a servizio di quella di altre regioni. Quali fattori hanno determinato tale ‘exploit’?

Certo le vocazioni pedoclimatiche, i diversi ‘terroir’, ma soprattutto la singolarità dei vitigni autoctoni del Salento, ‘negroamaro’, ‘primitivo’ e non solo, che hanno esercitato un’azione di forte spinta e richiamo per importanti investitori locali e nazionali , concentratisi nelle aree più predisposte. Lo strumento utilizzato per l’affermazione di tali vini di qualità è stato quello dell’ Igt Salento ( Indicazione Geografica Tipica, il gradino più basso nella classificazione dei vini pregiati ) con il quale le marche più prestigiose della vasta area salentina, senza sottostare alle più rigide prescrizioni previste per le Doc e Docg, sono state in grado di lanciare sui mercati vini di qualità superiore , esercitando estro ed inventiva nella valorizzazione dei vitigni autoctoni e nella creazione di nuovi prodotti.

Quando si tratta di vitivinicoltura non si deve pensare ad un settore statico, con prodotti sempre uguali e standardizzati, ma ad un campo in continuo sviluppo, dove “le innovazioni di processo”, relative alle tecniche colturali nei vigneti ed enologiche in cantina, si accompagnano alle “innovazioni di prodotto” con la sperimentazione di nuove possibilità produttive.  Le case vinicole, infatti, che già dispongono di una vasta clientela, avvertono la necessità di variare nel tempo l’offerta, seguendo l’evoluzione dei consumi con l’aggiunta di nuove etichette in campionario, così da offrire prodotti diversi e graditi al palato, in modo da battere la concorrenza, molto accanita nel settore.“

Tratto da un articolo di Michele Miraglia

Fonte Brindisi Report

 

 

 

 

 

Write a comment

Condividi
Tweet
Condividi
+1